Benvenuti a Vietri sul Mare, dove la storia si intreccia indissolubilmente con l’arte millenaria della ceramica, pilastro dell’economia e identità profonda di questa incantevole cittadina costiera. Un viaggio attraverso i secoli rivela un’evoluzione affascinante, plasmata da tradizioni antiche e innovative influenze artistiche.
Le Origini Antiche e Medievali
Le prime tracce dell’artigianato ceramico a Vietri sul Mare affondano le radici in un filone di lavorazione dell’argilla che risale all’epoca preromana, coinvolgendo Salerno e il suo circondario. Alcune teorie suggeriscono che l’arte ceramica a Vietri potrebbe essere stata introdotta da monaci bizantini.
Il nome stesso “Vietri” potrebbe derivare da “Veteri”, che significa “vecchio, antico”, riferendosi a un insediamento precedente, probabilmente l’antica Marcina, una città etrusca o sannita fiorente nei commerci, menzionata dal geografo Strabone. Testimonianze archeologiche, come tombe con corredi ceramici greci del VI secolo a.C. e strutture termali romane del I secolo d.C., sono state rinvenute a Marina di Vietri.
Già dalla fine del XV secolo e gli inizi del XVI, i documenti attestano la presenza di maestri ceramisti con proprie botteghe. Durante il periodo medievale, la produzione continuò, sebbene con un’enfasi più utilitaristica. La più antica testimonianza di manufatto ceramico esistente è un’edicola votiva datata 1627, raffigurante un Cristo in Croce. Questa tradizione religiosa si manifestò in targhe e pannelli devozionali, espressione di una “preghiera visibile” e di un’emotività collettiva.
Il XVII-XIX Secolo: Consolidamento e Ceramica Popolare
Dal XVII secolo, la ceramica vietrese si affermò come una “vera e propria manifestazione d’arte”, in particolare nella pittura su maiolica. Oltre alle mattonelle e ai pannelli sacri, si sviluppò la produzione di pavimenti e ceramica “colta”, acquisendo fama in quasi tutta la penisola. La “ceramica colta” includeva “piatti da pompa” per le tavole nobili e mattonelle maiolicate per pavimenti e rivestimenti, come il celebre pavimento con i gattopardi a Palazzo Valguarnera-Gangi a Palermo, dove fu girata una scena del film “Il Gattopardo”.
Il XVIII e il XIX secolo videro una crescita graduale della base produttiva, con un aumento significativo delle “faenzere” (fabbriche di maiolica), passando da sette unità a inizio Ottocento a dodici nel 1880, impiegando oltre 300 famiglie. La ceramica di uso quotidiano, o popolare, era caratterizzata da una vivace e sgargiante tavolozza cromatica (giallo, blu, arancio, rosso, verde ramina e manganese) e da decorazioni ricche di fiori, uccelli, pesci, scene campestri o motivi geometrici. Esempi includono gli ogliaruli (vasi monoansati per l’olio) e i grandi piatti chiamati caponcielli o realcaponi. Le riggiole, mattonelle quadrate dipinte a mano, si distinguevano per la loro ricchezza decorativa e vivacità cromatica, utilizzate per rivestimenti parietali e pavimentali. A Vietri, il formato peculiare delle riggiole era di 19×19 cm, diverso dai 20 cm di altre fabbriche regionali.
Il “Periodo Tedesco” (1920-1947): L’Innovazione Straniera
Agli inizi del Novecento, la ceramica vietrese visse un periodo di stasi creativa, ancorata a vecchi modelli. Fu allora che si aprì un capitolo fondamentale: il “Periodo Tedesco”, o “Periodo Mitteleuropeo”, datato tra il 1920 e il 1947. Numerosi artisti stranieri, in particolare tedeschi e polacchi, giunsero a Vietri, attratti dalla bellezza del paesaggio e dalla cultura locale. Questi artisti non cercavano la tradizione artistica italiana rinascimentale, quanto un approfondimento delle tradizioni popolari e figurative altomedievali, allora riabilitate dalla “Scuola di Vienna”.
L’incontro tra questi artisti e i ceramisti locali portò alla nascita di un nuovo linguaggio misto, definito “vietrese-tedesco” (o “tedeschiese”), caratterizzato da colori squillanti e forte impatto visivo. Il loro merito fu di aver riscoperto e portato sulla ceramica un repertorio umano e naturale che l’abitudine impediva di cogliere. Come ricordava Irene Kowaliska, aggiunsero “le scene della vita primitiva del Meridione che ci circondava”, dipingendo barche, pescatori, pesci, donne con brocche e bambini, innamorati, “Marinelle”, feste, musicanti, il mare, la luna, il sole e tanti asinelli.

Tra le figure più influenti di questo periodo vi furono:
• Richard Dölker (1896-1955), giunto a Vietri nel 1923, vi rimase per otto anni. Dölker mescolò la tradizione mediterranea con la cultura mitteleuropea, creando un linguaggio essenziale, semplificato nelle forme e con un segno incisivo di tipo xilografico. È noto per aver creato la caratteristica figura dell’asinello, realizzata nel 1922, divenuto simbolo di Vietri e della sua ceramica.
• Irene Kowaliska (1905-1991), arrivata a Vietri nel 1931. Si distinse per il suo approccio “per sottrazione”, creando immagini isolate, dalle linee morbide, evocative di un mondo fiabesco, evitando l’”horror vacui” tipico dei tedeschi. La sua produzione includeva personaggi con grandi occhi neri e l’incorporazione di parole come “marina”, “amore”, “fortuna”.
• Max Malamerson, che nel 1926 fondò la Ceramica Artistica Salernitana.
• Altri artisti come Günther Studermann e Margherita Thewalt. Questi artisti, in particolare tedeschi ed ebrei, giunsero a Vietri negli anni ’30, trovando rifugio dalle persecuzioni naziste e dall’antisemitismo. Vietri, in questo periodo d’oro, contava fino a 14 fabbriche di ceramica su pochi chilometri quadrati.
Il Secondo Dopoguerra e l’Evoluzione Moderna
Dopo la crisi dovuta alla Seconda Guerra Mondiale e l’alluvione del 1954, che devastò Marina e Molina ma portò anche all’ampliamento della spiaggia, l’industria ceramica di Vietri mostrò una notevole resilienza. Sebbene molte fabbriche chiusero, il settore della ceramica riuscì ad adattarsi con maggiore elasticità alle mutate condizioni di mercato.
Un esempio significativo di questa rinascita è la Fabbrica di Ceramiche Solimene, progettata e realizzata tra il 1954 e il 1956 dall’architetto torinese Paolo Soleri, che con la sua architettura originale caratterizzata da tubuli cilindrici in cotto divenne un punto di riferimento.
A partire dagli anni ’60, si assistette a un fermento di innovazione con giovani artisti locali che operarono una profonda evoluzione di forme e segni cromatici. Figure come Carmine Carrera, Giovannino Carrano, Guido Gambone (artefice di una felice simbiosi tra iconografia nordica e mediterranea), Giovanni Cappetti, il “Gruppo Vietri”, e i fratelli Liguori e Francesco Raimondi contribuirono a forgiare le “nuove frontiere ceramiche”, portando una “ventata di fresca aria mediterranea”. In questo periodo, la ceramica di Vietri si è sempre più legata al turismo, diventando un binomio vincente per l’economia locale, con le creazioni ceramiche che impreziosiscono anche le strutture alberghiere.
Il Museo Provinciale della Ceramica
Per preservare e valorizzare questa ricca storia, è stato istituito il Museo Provinciale della Ceramica a Raito di Vietri sul Mare. Il museo, inaugurato il 9 maggio 1981 e ampliato negli anni successivi, ha sede nella Villa Guariglia, donata dall’ambasciatore Raffaele Guariglia.
Il percorso museale si articola in tre settori principali:
• Oggetti religiosi e devozionali (targhe votive, acquasantiere), testimonianze di religiosità popolare.
• Oggetti d’uso quotidiano (vasellame popolare, piatti, brocche), databili tra la fine del Seicento e gli inizi del Novecento.
• Sezione dedicata al “Periodo Tedesco”, la più ampia e di maggiore interesse.
Il museo ospita anche collezioni private acquisite dalla Provincia di Salerno (Di Marino, Camponi, Dölker, Kowaliska), arricchendo il patrimonio con opere di alto valore storico e artistico. Il museo non è solo un luogo di esposizione, ma anche un centro di studio e conoscenza della ceramica meridionale.
Oggi, la ceramica di Vietri sul Mare continua a essere un’arte viva e ininterrotta, dove ogni oggetto nasce unicamente dalle mani dell’uomo e della donna, portando nelle case un pezzo unico di storia mediterranea.

